giovedì 25 agosto 2016

MOLTI CANDIDATI DEL "CONCORSONE" NON SANNO SCRIVERE. OVVERO, I NODI AL PETTINE DELLA CATTIVA SCUOLA

Sulla fortissima selezione nelle prove scritte del maxi-concorso per entrare nella scuola ha scritto ieri un ampio intervento Gian Antonio Stella, basandosi su uno studio di “Tuttoscuola”. L’articolo affastella, in modo non sempre logico, tutta una serie di temi e considerazioni (alcune condivisibili, altre molto meno), ma il problema di gran lunga più serio che si pone al mondo della scuola, e in primo luogo al governo e al parlamento, è racchiuso in alcune citazioni tratte dall’analisi di “Tuttoscuola”. Secondo la quale dalle prove scritte emerge “una scarsa capacità di comunicazione scritta, in termini di pertinenza, chiarezza e sequenza logica e una carenza nell’elaborare un testo in modo organico e compiuto”, al punto che alcuni commissari si sono chiesti “se si trattasse di candidati stranieri che non padroneggiavano bene la nostra lingua, salvo poi verificare che erano italianissimi». Inoltre dai testi dei candidati “si ricava anche un campionario di risposte incomplete, errori e veri e propri strafalcioni, che sorprendono in maniera più acuta per il tipo di concorso in questione, ovvero una selezione tra chi si candida a insegnare alle nuove generazioni». Sembra di rileggere le ripetute e inascoltate lamentele di tanti docenti universitari inorriditi dagli scritti dei loro studenti e persino dei loro laureandi per le macroscopiche carenze nelle “competenze di base”.
Non c’è però da meravigliarsene. Dato che, come riferisce “Tuttoscuola”, l’età media dei candidati è di 37-38 anni, questo significa che una buona parte di loro ha frequentato le elementari e le medie dagli anni ’70 in poi, quando cioè si stavano già dispiegando sugli apprendimenti gli effetti delle pedagogie permissive, egualitariste e puerocentriche a oltranza. Col sostegno di non pochi “esperti” si abbandonavano quasi del tutto lo studio della grammatica, la correzione degli errori (per non demotivare i bambini; e comunque mai con la matita rossa!), l’esercizio della calligrafia, vissuto da molti come “repressivo” della spontaneità infantile, le poesie a memoria, le date della storia, i nomi della geografia. Per non parlare della condanna della bocciatura anche come extrema ratio utile a sostenere impegno e serietà nello studio. Una scuola, insomma, sempre meno esigente sul “profitto”, mentre contestualmente veniva messa sotto accusa la disciplina e si squalificavano le sanzioni come retaggio di un passato autoritario anche per comportamenti gravemente incivili. Si tratta però di una tolleranza che non ha pregiudicato solo la formazione umana e civica di milioni di ragazzi, ma anche l’apprendimento stesso che può avvenire solo in un clima di attenzione e di concentrazione. E questo vale a maggior ragione per gli allievi  socialmente svantaggiati.
Nonostante un simile contesto politico-culturale, in questi decenni moltissimi insegnanti hanno cercato di difendere, potremmo quasi dire a mani nude, i valori dell’impegno, del merito, della responsabilità, nonché l’importanza di acquisire sicure competenze di base. Sarebbe ora che diventassero questi i cardini di una nuova politica scolastica.

mercoledì 3 agosto 2016

“PILLOLE DEL SAPERE”, LA SENTENZA DELLA CORTE DEI CONTI CHE LA GIANNINI NON PUÒ IGNORARE

["ilsussidiario.net", 3 agosto 2016]

Nei giorni scorsi “Il Tempo” informava che la Corte dei Conti ha condannato tre ex alti dirigenti ministeriali a risarcire lo Stato per la faccenda delle cosiddette “pillole del sapere”, una ventina di filmati didattici di tre-quattro minuti da diffondere nelle scuole, che furono commissionati alla società “Interattiva Media”. Costarono la cifra astronomica di 769 mila euro, circa 39 mila l’uno. E pensare che c’era un istituto tecnico disposto a farle gratis. L’affidamento fu fatto senza gara e senza che nessuno si preoccupasse di verificare se altre aziende fornissero prodotti analoghi a minor prezzo. Quanto alla qualità, sono stati giudicati un po’ da tutti didatticamente inadeguati. Di conseguenza Giovanni Biondi, ex capo dipartimento della Programmazione del Ministero, dovrà risarcire  35 mila euro allo Stato; Antonio Giunta La Spada, già direttore dell’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica (Ansas) 90 mila euro; Massimo Zennaro, capo della Direzione generale per lo studente, poi portavoce della ministra Gelmini, 10 mila euro. Totale 135 mila euro. Non sono, come ci si aspetterebbe, 269 mila, in quanto non sono stati chiamati in giudizio altri soggetti che pure hanno contribuito al danno erariale, cioè funzionari del ministero e dell’Ansas. Per questo sono state sottratte dall’importo le quote “astrattamente addossabili a tali soggetti”.
Com’è noto, fu un’inchiesta di “Report” (che definì i filmati “le pillole della vergogna”) a far aprire un’indagine penale e una contabile. La prima è finita in un “non luogo a procedere”, ma va detto, come ricorda “Il Tempo”, che per i giudici contabili proprio la sentenza di proscioglimento fa emergere manifesti profili di “mala gestio” e che l’archiviazione fu dovuta a “gravi carenze nell’attività di indagine da parte del P.M. penale”. La Corte dei Conti, oltre a rilevare “un meccanismo di spesa al di fuori della normativa vigente, volto a instaurare un rapporto esclusivo con un imprenditore privato e a depauperare le pubbliche finanze”, è drastica anche sulla qualità dei prodotti: “palesemente scadente, come riconosciuto anche dal giudice penale”. Se non bastasse, in precedenza la commissione indipendente istituita dal Ministero si era espressa negativamente sui filmati: “Lo spirito che permea questi prodotti non è didattico”. E più avanti: “Il 50% degli argomenti trattati sembrano più pubblicità progresso che materiali didattici”.  
Tanto premesso (come dicono i testi ministeriali), si dà il caso che il dottor Biondi nel 2013 è passato a presiedere niente meno che l’Indire, cioè l’Istituto Nazionale per la Documentazione, l’Innovazione e la Ricerca Didattica, l’ente che si occupa istituzionalmente anche delle materie oggetto dell’inchiesta e della condanna, cioè della progettazione e realizzazione di supporti didattici. Non sappiamo se la sentenza della Corte dei Conti verrà appellata o meno, e dunque se è da considerare definitiva. Dato però che l’iniziativa del presidente Biondi è stata più volte censurata sia nel metodo (procedure e danno erariale) che nel merito (qualità e utilità dei prodotti ai fini della didattica), viene da chiedere al Ministro Giannini: è ancora opportuno che continui a ricoprire quel ruolo?
Giorgio Ragazzini
L'articolo del "Tempo".

lunedì 25 luglio 2016

CRONACHETTE DAGLI ESAMI DI STATO

Ho saputo da colleghi e amici che anche quest’anno in certe sedi d’esame il presidente si è preoccupato fin dalla prima riunione di “tranquillizzare” tutta la commissione affermando che nessuno sarebbe stato  bocciato. E pare che qualcuno sia stato anche più esplicito: “Mi raccomando di non bocciare nessuno”. Forse per compensare la frustrazione di adempiere a una funzione resa così quasi  inutile, ecco che tutto l'esame spesso si è concentrato  sul riproporre ossessivamente le ritualità che da decenni si ripetono anche se anacronistiche, come quella di disporre i banchi per gli scritti in lunghi corridoi, in barba alla temperatura e alle più elementari misure di sicurezza. A quanto pare è anche irrinunciabile integrare l’apparato di sorveglianza con docenti non facenti parte della commissione, ma messi a disposizione dalla scuola. Dato che la commissione è composta da ben sette persone, viene il sospetto che la cosa sia funzionale a dare un giorno libero ai commissari e non a rendere più stringente la sorveglianza. Spesso ci si dimentica che i docenti a disposizione per la sorveglianza dovrebbero servire solo nel caso in cui le commissioni d'esame, come accadeva però molti anni fa, fossero incomplete.
Una cosa che rattrista e fa arrabbiare, specie se la si vede in un docente, è l’allergia alle assunzioni di responsabilità. Un commissario  interno mi ha riferito che una sua collega esterna si lamentava, a quanto pare giustamente, dell’impreparazione nella sua materia che stava riscontrando in una classe. Quando però le ha chiesto di far pervenire al dirigente scolastico una relazione in proposito, la proba docente ha smesso di lamentarsi, cominciando a trovare gli ultimi candidati senz’altro preparati. E della relazione neanche l'ombra… Vogliamo mica rischiare di andare incontro a qualche grana!
E poi di tutto un po’, come nel finale dei fuochi di artificio: membri interni di matematica che avrebbero svolto per conto dei loro allievi parte del compito; classi intere presentate con un punto di credito aggiuntivo in omaggio; più  ragazzi mandati in bagno contemporaneamente durante gli scritti; colloqui affrontati da candidati di fronte a membri della commissione intenti a guardare il cellulare e perfino a leggere il giornale (ancora gli studenti di quella commissione se la ridono con malcelata amarezza). Insomma, certi "maestri di vita" non ce la fanno proprio  a sentirsi dei professionisti e a comportarsi come tali, neanche nei giorni in cui il mondo della scuola potrebbe riscattarsi  un po' dal grigiore e dalla mediocre comicità con il quale certo cinema italiano lo rappresenta. E fa specie che da decenni nessuna autorità nazionale dica una parola sulla necessaria serietà degli esaminandi e degli esaminatori. 
Valerio Vagnoli

sabato 9 luglio 2016

NON OFFENDETE QUESTI RAGAZZI

A Firenze l'Istituto alberghiero "Saffi", in forte carenza di aule, dovrebbe utilizzarne alcune libere nella scuola media "Guicciardini". Ma una parte dei genitori si oppone. Il dirigente dell'alberghiero interviene in proposito sul "Corriere Fiorentino".

Per trovare aule agli studenti del Saffi altrimenti destinati a cambiare indirizzo, siamo andati in piazza; e per difenderli dalle offese dirette e indirette che in questi giorni piovono loro addosso siamo decisi fino in fondo a far valere i loro diritti. Il plurale beninteso si riferisce, oltre che al sottoscritto, anche al personale docente e non docente della scuola che dirigo. Fa specie che dei genitori (ma solo loro?) si smarriscano umanamente di fronte a un caso del tutto normale e già sperimentato in numerose scuole fiorentine: in mancanza di aule è naturale che si faccia riferimento a edifici scolastici che ne hanno invece disponiblità. Senza andare lontani nel tempo, basti ricordare che fino a pochissimi anni fa i ragazzini della media Calvino hanno convissuto per oltre un decennio con i ragazzi più grandi dell'alberghiero Buontalenti. Attualmente in un edificio adattato col tempo a scuola, l'Istituto dei ciechi, convivono senza alcun problema studenti delle medie e di due diversi istituti professionali, l'Elsa Morante e appunto il Saffi. In tempi anch'essi non lontanissimi non esitai un attimo nell'accogliere al Poggio imperiale la richiesta della collega dell'Istituto d'Arte di ospitare alcune loro classi in palestra. E, sempre in qualità di reggente dell'Educandato, nel progetto di apertura di una fattoria didattica che avrebbe utilizzato l'ampio podere in uso alla medesima scuola (pubblica), avevo preteso che lo spazio venisse aperto anche alle altre scuole del centro storico, senza distinzione di età, nella consapevolezza che tra le tante cose che mancano nel sistema scolastico italiano vi è proprio il contatto e il confronto tra ragazzi di esperienze ed età diverse, e forse vi è anche scarsa autentica educazione alla solidarietà. Dispiace che certi genitori della Guicciardini si arrocchino nella difesa di un edificio che non è solo loro ma che, appartenendo alla comunità, potrebbe risolvere i gravi problemi presenti in un' altra scuola; il Saffi, appunto, che è fra l'altro frequentato anche da ex studenti della stessa Guicciardini. Che ogni convivenza crei, oltre arricchimenti reciproci, anche dei problemi è del tutto normale e nessuno si sente di metterlo in discussione. Quello che mettiamo assolutamente in discussione è il pregiudizio che traspare nei confronti degli studenti del Saffi, almeno in alcune dichiarazioni di genitori, rispetto alle quali non sono state prese le distanze da chi ci si aspettava che venissero prese, in primo luogo dai responsabili della scuola, compreso il Consiglio d'istituto. I nostri studenti non sono diversi rispetto a qualsiasi altro studente della loro età: non sono né migliori né peggiori degli altri, sono ragazze e ragazzi non piovuti da un altro pianeta ma dalla nostra città, dalla provincia e anche da più lontano con la voglia disperata ed entusiastica di tutti gli adolescenti e di tutti i giovani di sentirsi accolti, capiti, guidati. Se degli adulti, peraltro a loro volta genitori, non hanno neanche questa consapevolezza c'è da preoccuparsi. E non poco se si pensa che tutto ciò accade in un quartiere che a partire dalla Madonnina del Grappa, ci ha regalato in passato degli esempi grandissimi di solidarietà e attenzione alla crescita, quanto più possibilmente serena, proprio dei bambini e dei ragazzi.
Valerio Vagnoli,
Dirigente dell'Istituto Alberghiero "Aurelio Saffi"

venerdì 1 luglio 2016

COMUNICATO STAMPA: DUEMILA DOCENTI E DIRIGENTI SCRIVONO AL MINISTRO: “NO AL CELLULARE IN CLASSE”

Tra i firmatari la scrittrice Paola Mastrocola, il linguista Luca Serianni,  Giovanni Belardelli, storico e editorialista del “Corriere della Sera”, Adolfo Scotto Di Luzio, storico della pedagogia, il politologo Vittorio Emanuele Parsi, Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti.

Alcuni giorni fa il sottosegretario Faraone ha preannunciato che verrà “liberalizzato” l’uso del cellulare in classe, superando il divieto stabilito nel 2007 dal ministro Fioroni. Continuare a insistere su questa misura sarebbe addirittura “luddismo”. Meglio insegnare “un uso consapevole” di questi strumenti. Ma conoscendo la realtà della scuola, moltissimi sono convinti che questo incauto provvedimento, se attuato, farà molti danni, rendendo più facile copiare, distrarsi durante lezioni e magari perseguitare  un compagno o una compagna di classe.
Per questo oltre duemila fra insegnanti e dirigenti (per la precisione 2066, tra cui anche alcuni cittadini non docenti interessati alla serietà della scuola) hanno deciso di sottoscrivere la seguente lettera al Ministro dell’istruzione Stefania Giannini:
Gentile Ministro,
nei giorni scorsi il sottosegretario Faraone ha annunciato che sarà abolito il divieto di usare il cellulare il classe, una misura del ministro Fioroni, che giustamente si preoccupava di evitare motivi di distrazione e di disturbo. Un divieto che oggi è più che mai attuale data la diffusione tra i ragazzi degli smartphone, tanto più attraenti dei cellulari di allora. Tutti abbiamo avuto modo di constatare quanto essi possano monopolizzare la loro attenzione; e non c’è alcuna seria motivazione didattica o educativa per un cambio di rotta che costituirebbe un forte incentivo alla distrazione e all’uso improprio di questi strumenti (copiare, giocare, praticare il bullismo via internet, schernire un docente). D’altra parte, per l’uso didattico dell’informatica, è bene usare strumenti assai più indicati come i tablet e le Lim.
Riteniamo quindi indispensabile che il vigente divieto venga mantenuto (e rispettato) nell’interesse degli stessi studenti e del lavoro degli insegnanti. 

Tra i firmatari segnaliamo (in ordine alfabetico)

ADOLFO SCOTTO DI LUZIO, docente di storia della pedagogia;
ADRIANO PROSPERI, docente di  storia moderna  collaboratore di “Repubblica”;
AMEDEO QUONDAM, docente emerito di letteratura italiana;
EMILIO PASQUINI, docente emerito di letteratura italiana; 
GIORGIO ALLULLI, dirigente dell’ Isfol, esperto di formazione professionale;
GIOVANNI BELARDELLI, storico e editorialista del “Corriere della Sera”;
GIULIO FERRONI, docente di letteratura italiana;
LORENZO STRIK LIEVERS, docente di didattica della storia, già senatore della Repubblica;
LUCA SERIANNI, linguista e accademico dei Lincei;
MARCELLO DEI, docente di sociologia e autore di Ragazzi si copia. A lezione di imbroglio nella scuola italiana;
MICHELE ZAPPELLA, docente di neuropsichiatria infantile;
PAOLA MASTROCOLA, insegnante, scrittrice e collaboratrice del “Sole24Ore”;
PAOLA TONNA, coordinatrice dell’Apef (Associazione Professionale Europea Formazione)
PAOLO CARETTI, docente di diritto costituzionale;
PAOLO PADOIN, già Prefetto di Firenze;
PIER VINCENZO ULERI, docente di Scienza della politica;
REMO BODEI, docente di filosofia all'University of California, Los Angeles (UCLA);
RENZA BERTUZZI, Responsabile di redazione di “Professione Docente”, organo della Gilda degli insegnanti;
RINO DI MEGLIO, coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti;
ROBERTO TRIPODI, presidente dell’Associazione Scuole Autonome della Sicilia;
VITTORIO EMANUELE PARSI, politologo e editorialista del “Sole24Ore”.

Elenco completo dei firmatari

I commenti dei firmatari

giovedì 30 giugno 2016

PREMI AGLI INSEGNANTI? PRIMA BISOGNEREBBE COLPIRE IL DEMERITO

(“Corriere Fiorentino", 30 giugno 2016)

Cresce il numero dei Collegi dei docenti che rifiutano il bonus destinato a premiare i migliori di loro e che chiedono di destinarlo a migliorare i sussidi didattici. Pur attenendomi alla legge, evitando di destinarlo a scopi da essa non previsti, mi trovo d’accordo con il Comitato di valutazione della mia scuola. Il comitato chiede di destinarlo non a pochi ma a un buon numero di docenti che hanno lavorato bene e con impegno, contribuendo a migliorare la qualità della didattica. Tuttavia, insieme al dovere di rispettare la normativa, mi preoccupo da tempo di sollecitare un’ inversione di rotta a proposito di una misura che mi appare come uno sperpero di denaro pubblico destinato, al di là delle intenzioni, a peggiorare la condizione della scuola e dei suoi docenti anziché migliorarla.
Credo infatti che sia sbagliato e improduttivo cercare d’individuare i migliori docenti secondo parametri decisamente inadeguati quali quelli previsti dalla L. 107, dato il rischio di demotivare quegli insegnanti che pur lavorando con passione e competenza ne rimangono esclusi. Non dimentichiamo inoltre che la cifra lorda a disposizione delle scuole è veramente un'elemosina, anche qualora il bonus si decida di darlo a una ristretta minoranza. Non è questa la strada per far fare un salto di qualità alla scuola italiana. Né lo farebbe la sanità se si affidasse a un dirigente coadiuvato da un comitato, in genere sindacalizzato, il compito di differenziare nelle corsie ospedaliere i medici bravi da quelli meno bravi. Quello che occorre nelle scuole e nel pubblico impiego è colpire invece in tempi rapidi il demerito che è, al contrario del merito, molto più facile da individuare. Un docente inadeguato di sicuro fa dei danni enormi, spesso definitivi, nella formazione dei ragazzi. Purtroppo, anche se minoranza, docenti del genere esistono e attualmente si può fare molto poco per cacciarli definitivamente dal loro ruolo, perché sono tutelati da normative ipergarantiste, da generose sentenze di giudici del lavoro e anche da dirigenti scolastici impreparati o neghittosi o convinti che attraverso “il dialogo” si possa tutto, anche far diventare bravi docenti persone prive di preparazione adeguata, di carattere adatto ad insegnare o di volontà a farlo. Ma se premiare i migliori non migliora la scuola, esiste invece la necessità di individuare i docenti in grado di farsi carico di altri ruoli e di altre funzioni rispetto all’insegnamento. Figure destinate a coadiuvare a tempo pieno i dirigenti, a coordinare i dipartimenti (tra cui uno dedicato al sostegno), a occuparsi di alternanza scuola-lavoro, di orientamento, di aggiornamento, oppure della formazione dei futuri docenti anche con distacchi presso l’università. Docenti a cui dovrebbe essere legittimato uno stipendio naturalmente diversificato.
Questo permetterebbe di andare verso una vera e propria carriera degli insegnanti che, utilizzando competenze organizzative e progettuali presenti nelle scuole, possa finalmente valorizzare al massimo ogni comunità scolastica. Per ora, pur interpretandola, applichiamo la legge. Questa è la democrazia e questo si deve insegnare ai ragazzi.

Valerio Vagnoli 

lunedì 27 giugno 2016

VALUTAZIONE NELLA PRIMARIA, CI RISIAMO: LETTERE “BUONE”, NUMERI “CATTIVI”. E ARRIVA IL DIVIETO DI BOCCIARE

Il Corriere della Sera di ieri riporta le stupefacenti motivazioni alla base della nuova-vecchissima idea di sostituire nella scuola primaria i voti numeri con le lettere. Queste ultime sarebbero “eque e meno limitanti” (?). L’obbiettivo è quello di uscire dalla logica della scuola-calcolatrice, limitare le ansie e recuperare l’idea che il successo scolastico è un percorso e non una media delle performance. “Così restituiamo alla scuola primaria il compito di mettere bambine e bambini agli stessi nastri di partenza – spiega la senatrice Francesca Puglisi. Misurare con un numero la gioia di apprendere di un bambino è come misurare il cielo con un righello” [sic…]. E ancora, a detta degli “esperti” che seguono il progetto, “la valutazione in lettere esprime il concetto di evoluzione delle competenze e delle conoscenze, mentre il voto fotografa in maniera statica una situazione”. E qual è l’idea chiave? Fornire agli studenti gli strumenti per raggiungere una meta. In parole povere: impediamo agli insegnanti di comportarsi da ragionieri e tutto cambierà in meglio, la scuola non sarà più ansiogena e potremo apprezzare finalmente gli sforzi degli studenti per migliorarsi, invece di inchiodarli a un eventuale inizio d’anno “complicato”.
Simile a un torrente carsico, come si vede riemerge periodicamente la sfiducia, per non dire l’ostilità, verso l’insegnante medio che alberga nelle teste ministeriali, o meglio verso quelli che non si rassegnano al ruolo di maternage protettivo e indulgente che si vorrebbe riservargli; e che insistono invece nel credere che il bene dei bambini stia in una scuola esigente non meno che affettuosa. Al di là dei riflessi insieme ideologici e psicologici di cui sono espressione, le motivazioni addotte sono semplicemente inconsistenti (quando si riesce a tradurle in italiano comprensibile), oltre che offensive per i docenti italiani. Tanto per cominciare, non è affatto vero che questi ultimi non tengono conto dell’evoluzione di un allievo e non valorizzano il suo impegno nel corso dell’anno. Spesso lo fanno anche troppo, utilizzando qualche risultato positivo verso la fine della scuola per cancellare un andamento insoddisfacente nella maggior parte dell’anno. D’altro canto proprio per equità è necessario distinguere – diciamocelo chiaramente – tra chi ha dimostrato buona volontà e ha lavorato costantemente per migliorare e chi invece ha poltrito per un quadrimestre contando di cavarsela con uno sprint finale. Non a caso tra le nostre proposte c’è anche quella di aggiungere alle valutazioni quadrimestrali anche una valutazione complessiva, che riguardi tutto l’anno scolastico. Sarebbe questo un forte incentivo a impegnarsi fin dall’inizio dell’anno.
Impossibile poi capire perché il voto “fotografi in maniera statica”, mentre le lettere, miracolosamente, no. Si manifesta qui anche una ben scarsa conoscenza della scuola nella sua concreta attività e di quella primaria in particolare. Il voto è un segnale sintetico che si accompagna, nella maggioranza dei casi, a un’analisi degli errori, a indicazioni per migliorare, alla consapevolezza del perché il risultato è negativo: scarso impegno? difficoltà dell’argomento? necessità di una nuova spiegazione? Chi lo appioppa e basta, farà lo stesso con la lettera E. Quanto a fare la media, basta attribuire un valore numerico a ogni lettera e il gioco è fatto. Con lo svantaggio, però, di avere uno strumento valutativo articolato in soli cinque livelli, quindi meno in grado di rilevare anche modesti miglioramenti.
Arriviamo all’abolizione della bocciatura nelle elementari annunciata insieme alla “riforma” della valutazione. La cosa è liquidata in quattro righe dell’articolo: “Inutile e dannosa” sentenziano gli “esperti” del ministero. Già non si comprende perché i rarissimi casi in cui questo avviene siano un problema. Ma il punto fondamentale è un altro: non è tanto l’utilità della ripetenza che è in questione, anche se, checché se ne dica, non è affatto vero che sia sempre inutile. Quella che funziona come incentivo a far meglio e quindi va difesa nell’interesse degli allievi è la semplice possibilità di bocciare. Inutile nascondersi dietro fantasie onnipotenti sui poteri di una didattica per quanto innovativa e attraente, ci saranno sempre casi in cui c’è bisogno di evocare un limite invalicabile al disimpegno e alla pigrizia.
Infine: chi l’ha detto – chiedetelo agli sportivi – che un po’ di ansia fa male? E perché allora non abolire i saggi di strumento, di danza, la prima comunione, la recita, in quanto suscitatori di ansia?

Giorgio Ragazzini

domenica 26 giugno 2016

FIRMA CONTRO LA "LIBERALIZZAZIONE" DEL CELLULARE IN CLASSE

Gentile Ministro,
nei giorni scorsi il sottosegretario Faraone ha annunciato che sarà abolito il divieto di usare il cellulare il classe, una misura del ministro Fioroni, che giustamente si preoccupava di evitare motivi di distrazione e di disturbo. Un divieto che oggi è più che mai attuale data la diffusione tra i ragazzi degli smartphone, tanto più attraenti dei cellulari di allora. Tutti abbiamo avuto modo di constatare quanto essi possano monopolizzare la loro attenzione; e non c’è alcuna seria motivazione didattica o educativa per un cambio di rotta che costituirebbe un forte incentivo alla distrazione e all’uso improprio di questi strumenti (copiare, giocare, praticare il bullismo via internet, schernire un docente). D’altra parte, per l’uso didattico dell’informatica, è bene usare strumenti assai più indicati come i tablet e le Lim.
Riteniamo quindi indispensabile che il vigente divieto venga mantenuto (e rispettato) nell’interesse degli stessi studenti e del lavoro degli insegnanti.

PER FIRMARE CLICCA  QUI.

Tra le adesioni fin qui pervenute segnaliamo: Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti; Paola Mastrocola, insegnante e scrittrice; Luca Serianni, docente di storia della lingua italiana; Giovanni Belardelli, storico e editorialista del "Corriere della Sera"; Adolfo Scotto di Luzio, docente di storia della pedagogia; Giulio Ferroni, docente di letteratura italiana; Vittorio Emanuele Parsi, docente di storia delle relazioni internazionali; Adriano Prosperi, docente di storia moderna e collaboratore di "Repubblica"; Michele Zappella, docente di neuropsichiatria infantile; Roberto Tripodi, presidentedell'Associazione delle Scuole Autonome Siciliane (Asasi).

lunedì 13 giugno 2016

FIRMA LA PETIZIONE AL MINISTRO GIANNINI: "NO AL CELLULARE IN CLASSE"

Gentile Ministro,
nei giorni scorsi il sottosegretario Faraone ha annunciato che sarà abolito il divieto di usare il cellulare il classe, una misura del ministro Fioroni, che giustamente si preoccupava di evitare motivi di distrazione e di disturbo. Un divieto che oggi è più che mai attuale data la diffusione tra i ragazzi degli smartphone, tanto più attraenti dei cellulari di allora. Tutti abbiamo avuto modo di constatare quanto essi possano monopolizzare la loro attenzione; e non c’è alcuna seria motivazione didattica o educativa per un cambio di rotta che costituirebbe un forte incentivo alla distrazione e all’uso improprio di questi strumenti (copiare, giocare, praticare il bullismo via internet, schernire un docente). D’altra parte, per l’uso didattico dell’informatica, è bene usare strumenti assai più indicati come i tablet e le Lim.
Riteniamo quindi indispensabile che il vigente divieto venga mantenuto (e rispettato) nell’interesse degli stessi studenti e del lavoro degli insegnanti.

PER FIRMARE CLICCA  QUI.

Tra le adesioni fin qui pervenute segnaliamo: Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti; Paola Mastrocola, insegnante e scrittrice; Luca Serianni, docente di storia della lingua italiana; Giovanni Belardelli, storico e editorialista del "Corriere della Sera"; Adolfo Scotto di Luzio, docente di storia della pedagogia; Giulio Ferroni, docente di letteratura italiana; Vittorio Emanuele Parsi, docente di storia delle relazioni internazionali; Adriano Prosperi, docente di storia moderna e collaboratore di "Repubblica"; Michele Zappella, docente di neuropsichiatria infantile; Roberto Tripodi, presidentedell'Associazione delle Scuole Autonome Siciliane (Asasi).

lunedì 6 giugno 2016

ABROGATO DA FARAONE IL DIVIETO DI CELLULARE IN CLASSE. COSÌ SI INCENTIVANO LA DISTRAZIONE DI MASSA E IL BULLISMO VIA INTERNET

Davide Faraone
Non contento di essersi schierato dalla parte degli okkupanti, Faraone ha deciso che il divieto di usare il cellulare in classe, introdotto dal ministro Fioroni nel 2007, è "luddismo". Meglio insegnare ai ragazzi un loro "uso consapevole", magari per copiare a man bassa durante gli esami di Stato, giocherellare durante le lezioni o, perché no, perseguitare qualche compagno di classe. Siamo sempre lì: invece di far rispettare le regole, le si abroga di fatto o di diritto. Una volta ha avuto la sua importanza un passato di studente ribelle che si formava politicamente nel sacco a pelo; oggi, a quanto pare, la figlia autistica che comunica bene con whatsapp. Il che va benissimo, ma se davvero  fosse utile anche in classe in un caso particolare, basterebbe fare un'eccezione, invece di buttare a mare la norma
Vediamo se qualcuno nel governo o nella maggioranza avrà qualcosa da ridire...  (GR)

giovedì 2 giugno 2016

UNA REVISIONE NECESSARIA E URGENTE DEGLI ISTITUTI PROFESSIONALI: diminuire le materie teoriche e aumentare in modo consistente le ore di laboratorio

Ai primi di maggio si è tenuto a Firenze, presso l'Istituto Salvemini-D'Aosta, un incontro tra dirigenti scolastici degli istituti professionali toscani e l'assessore regionale all'istruzione e alla formazione professionale Cristina Grieco. Quest'ultima ha presentato le novità riguardanti i corsi triennali di istruzione e formazione professionale (IeFP cosiddetti "complementari"). Probabilmente la più importante è la possibilità di iscrizione per i quattordicenni, che non dovranno quindi più aspettare di compiere i sedici anni, cioè il compimento dell'obbligo scolastico. Sono inoltre inclusi nelle possibili scelte anche i corsi professionalizzanti organizzati dai comuni e dalle agenzie formative. Da notare che l'assessore Grieco aveva firmato nel 2011, da preside dell'Istituto Vespucci di Livorno, l'appello di 85 dirigenti scolastici promosso dal Gruppo di Firenze in cui si chiedeva alla Regione Toscana, di avviare, "all'interno di un consistente numero di istituti professionali, la sperimentazione di percorsi triennali di formazione professionale a cui si possa accedere direttamente dopo l'esame di terza media".
Durante la riunione si è anche discusso della attuale situazione degli istituti professionali, con la loro alta percentuale di insuccessi e abbandoni scolastici; e molti dei presenti hanno condiviso una lettera al Ministro Giannini sull'urgente necessità di rivederne l'inadeguato e pletorico quadro orario, dando molto più spazio alle attività di laboratorio. Leggi la lettera al Ministro.

domenica 15 maggio 2016

DISABILI A SCUOLA, UN SUCCESSO APPARENTE ("Corriere Fiorentino" di sabato 14 maggio)

Caro Direttore,
se gli enti locali riusciranno a trovarci gli spazi, il prossimo settembre il Saffi aprirà le sue aule a 26 nuovi ragazzi  disabili. Appena saputo che questo era il numero, confesso che mi sono un po' inorgoglito del fatto che tante famiglie vogliano affidare i loro figli ai docenti dell'Alberghiero. Ben presto, però, questo sentimento non può che lasciare spazio alla cruda analisi della realtà. A rendere più amara questa analisi hanno contribuito alcuni episodi delle ultime settimane, in cui due ragazzi disabili particolarmente problematici hanno confermato, con i loro comportamenti violenti, le loro difficoltà e quelle della scuola nel gestirli. Purtroppo da anni dobbiamo assistere a un inserimento incontrollato dei disabili provenienti dalle scuole medie, quasi sempre indirizzati, con l’avallo dei neuropsichiatri, negli istituti professionali, destinati di questo passo a somigliare alle segreganti scuole speciali di un tempo. Né è più tollerabile che, una volta inserito, un ragazzo sia abbandonato interamente alla scuola, costretta a rincorrere i neuropsichiatri o i servizi sociali per poter fare fronte alle difficoltà quotidiane e talvolta anche a quelle pregresse. Spesso dobbiamo essere noi a segnalare alle famiglie la necessità di sottoporre i ragazzi a terapie specialistiche. Inoltre è inspiegabile che un adolescente da anni certificato come disabile arrivi alla scuola superiore, pur avendo  avuto un pediatra, senza un piano sanitario che lo tuteli.
Ed è  umiliante poter contare in generale durante l’anno, solo su un paio di riunioni a lui dedicate, frettolose e spesso faticosamente ottenute dalla scuola perché i neuropsichiatri, così si dice,  sono in un numero molto esiguo rispetto alle necessità. Se ciò è vero, occorre a maggior ragione adoperarsi per fare in modo che  tutti i ragazzi in difficoltà possano contare su un personale specialistico disponibile e anche talvolta adeguatamente preparato.
Naturalmente anche il mondo scolastico ha le sue responsabilità. Innanzitutto quella di non fornire le scuole di personale docente specializzato; ma va ricordata anche l’incapacità di orientare gli studenti verso percorsi adeguati ai loro saperi e alle loro disposizioni naturali. Come si fa, ad esempio, a consigliare un istituto alberghiero a dei ragazzi disabili che per la loro patologia non potranno mai entrare nei laboratori in cui si usano coltelli e fiamme? E' davvero necessario che  questi ragazzi siano tutelati,  garantendo loro adeguate protezioni sul piano educativo e sanitario e un percorso di accoglienza nel mondo scolastico degno di questo nome. Purtroppo,  spesso non  possono neanche  contare su docenti di sostegno  debitamente formati perché privi delle opportune specializzazioni e magari alle loro prime esperienze didattiche. Senza parlare delle aule speciali a cui avrebbero diritto e che invece  mancano   nella stragrande maggioranza delle scuole. 
Insomma, non dobbiamo continuare ad accontentarci della solita demagogia all'italiana per cui la legge è bella, ma la sua applicazione drammaticamente inadeguata.
Valerio Vagnoli

venerdì 29 aprile 2016

COME NON SELEZIONARE GLI ISPETTORI

È di circa un anno fa la bella sorpresa dell’immissione in ruolo di un paio di ispettori scolastici per Regione, andati  a rimpiazzare posti in generale lasciati vuoti da tempo. Al contrario di paesi come Francia o Inghilterra, l’Italia può contare tradizionalmente su un numero assai esiguo di queste figure, in generale poco amate da certa cultura nazionale poco incline ai controlli. Da qualche settimana agli ispettori di ruolo se ne stanno aggiungendo altri, in media quattro-cinque per regione, selezionati per  soli titoli e servizi, con incarichi triennali.
Lascia perplessi la poca trasparenza che c’è stata, in generale, nella selezione di queste figure. La Costituzione, l’etica e il rispetto dei contribuenti imporrebbero che la selezione del personale statale avvenisse per concorso. E anche quando questi concorsi sono per titoli e servizio prestato, come nel caso in questione, sarebbe stato molto opportuno che fossero resi pubblici in anticipo i criteri di valutazione, almeno per garantire non solo la trasparenza, ma per poter dare a molte più persone  la possibilità di parteciparvi. Per fortuna, come tutti ben sappiamo anche dalla lettura dei giornali, il nostro sistema pubblico, soprattutto quando è impegnato nella selezione del personale da assumere, è del tutto immune da rischi di contaminazioni e favoritismi. Da noi, a differenza di altri Paesi come quelli del Nord Europa, non si approfitta mai di queste occasioni per ottenere un vero e proprio spoil system…
Di sicuro vorremmo che questa importante novità si traducesse in un’occasione vera per la scuola italiana e sarebbe auspicabile che gli ispettori andassero veramente a visitare le scuole. Abbiamo invece il timore che, come talvolta è accaduto in passato, queste figure vadano a rimpiazzare in altri ruoli chi è andato in pensione e, per evitare contenziosi, ne vengano invece centellinate le ispezioni nei confronti di docenti e dirigenti.
Vorremmo infine che non approfittassero del loro ruolo, come talvolta accaduto, per ricerche e pubblicazioni spesso utili solo a chi le ha fatte, magari usando i soldi pubblici. Si approfitti invece di queste figure per migliorare la qualità del personale scolastico. In altre parole, i nuovi ispettori, ancor prima di tenere corsi di aggiornamento o partecipare a tavole rotonde, dovrebbero saper estromettere dall’insegnamento gli incapaci e i neghittosi, che ci sono e che fanno danni come la grandine anche quando non capitano ai nostri figli!
PS: Tengo a precisare che non ho partecipato al concorso né vi parteciperò in futuro, sia per motivi anagrafici, sia perché non ho – e lo dico senza falsa modestia – le competenze necessarie a ricoprire questo ruolo. 
Valerio Vagnoli

mercoledì 20 aprile 2016

I PROBLEMI TRA SCUOLA E FAMIGLIA NON SI RISOLVONO SUI GIORNALI

I recenti fatti di cronaca, che hanno visto un ragazzo e una ragazza autistici esclusi da una gita in due diverse  scuole, hanno avuto una larga eco mediatica. Per entrare nel merito di questi episodi sarebbe necessario saperne di più, ma le cronache sono spesso lacunose. Quando si tratta di fare i conti con le problematiche legate ai ragazzi disabili occorre essere sempre prudenti, anche se mai ipocriti. E purtroppo c’è spesso fretta di dare dei giudizi e di individuare i buoni e i cattivi. Come dice in un’intervista a “La Repubblica” una docente di sostegno, “non esiste un autistico uguale all’altro. C’è chi riesce a relazionarsi, chi non parla, molti hanno bisogni di farmaci, c’è chi riesce a venire in gita, chi ha genitori che non se la sentono conoscendo la gravità della situazione e chi invece viene per dormire con i figli”. Dunque, in mancanza di informazioni più complete, non possiamo parlare subito di discriminazione o di scarsa disponibilità da parte dei compagni, se non se la sentono di condividere una camera a due letti con un allievo autistico. E per evitare confusi processi mediatici, che possono rendere insanabili i conflitti a tutto danno dei ragazzi, bisognerebbe che gli uffici scolastici provinciali e regionali predisponessero un pronto intervento di mediazione in caso di problemi tra scuola e famiglia e invitassero i genitori a  rivolgersi a loro invece che ai giornali.
Detto questo, bisogna aggiungere che la situazione dell’integrazione in Italia non è tutta rose e fiori. Come molti sanno, il nostro Paese è stato il primo al mondo ad aver fatto la giustissima scelta di inserire nelle scuole i ragazzi disabili. Tutto è avvenuto, però, demandando alle scuole il compito di arrangiarsi rispetto alle difficoltà innegabili che una scelta del genere avrebbe comportato. Purtroppo la situazione nei decenni è cambiata di poco: ancora oggi la stragrande maggioranza degli edifici scolastici non ha gli spazi idonei a una didattica personalizzata o per piccoli gruppi, né è dotata di laboratori adeguati, primi fra tutti quelli per i ragazzi autistici che, in molti casi, hanno necessità di spazi silenziosi, essendo molto sensibili ai rumori. Ma ancora più grave è la situazione dei docenti di sostegno, una parte dei quali non è dotata dei titoli di specializzazione. Capita sempre più spesso che dei ragazzi difficilissimi, sia sul piano caratteriale che su quello motorio, siano affidati a supplenti alle loro prime esperienze. Capita anche che il contributo dei neuropsichiatri non risulti adeguato, sia perché non sempre sono abbastanza competenti in materia, sia perché sono troppo pochi rispetto alle necessità. Infine un discorso a parte lo si deve fare per i ragazzi disabili che frequentano le superiori. Quasi sempre vengono indirizzati negli istituti professionali, anche quando potrebbero seguire altri indirizzi. Riunirli in gran numero nelle medesime scuole comporta il rischio che certi istituti ritornino a essere “speciali”, una sorta di ghetto istituzionalizzato. Per risolvere i problemi non è sufficiente la “disponibilità ad accogliere”, come alcuni pensano (“l’amore non basta”, direbbe Bettelheim). C’è bisogno di competenze, spazi, mezzi idonei. Insomma, più concretezza e meno retorica. 
Valerio Vagnoli, Giorgio Ragazzini

venerdì 8 aprile 2016

IL LICEO VIRGILIO E L'EDUCAZIONE ALLA LEGALITÀ

Sul Corriere della sera del 6 aprile viene pubblicata una bella intervista alla collega Irene Baldriga del Liceo Virgilio di Roma.  A dicembre, con il sostegno di molti genitori, gli studenti del Virgilio occuparono per oltre due settimane la scuola. Coraggiosamente la collega denunciò gli occupanti,  che per questo  la attaccarono con una violenza verbale inaudita. Una violenza che si sta ripetendo in questi giorni per un fatto di cronaca che riguarda ancora il Virgilio. Agli occhi di molti studenti e anche di molti loro genitori, la preside si sarebbe macchiata di una sorta di "culpa in  educando" consistente nell' aver aperto la scuola ai carabinieri, perché arrestassero uno studente spacciatore di droga, colto peraltro in flagrante. Dopo l'arresto, moltissimi studenti del Virgilio hanno assediato la presidenza offendendo e minacciando la collega (una robaccia del genere era avvenuta pochi mesi fa anche a Firenze in occasione della lunghissima occupazione di un altro liceo) e dopo l'assedio hanno improvvisato un corteo fino alla questura. Secondo loro, e naturalmente secondo quei loro genitori che li difendono, la scuola deve godere di una sorta di diritto di extraterritorialità e per i ragazzi sarebbe un inutile trauma farli assistere all'arresto di un loro compagno, peraltro di 19 anni. Naturalmente un simile modo di "non pensare" trova ampia diffusione in  una parte dell’opinione pubblica, convinta che libertà significhi diritto di fare quel che ci pare e non dover rendere conto a nessuno delle nostre azioni. Bene fa la preside a ricordare che, se c'è un posto in cui i ragazzi si devono assumere le conseguenze delle loro (cattive) azioni, questo è proprio la scuola: la prima istituzione pubblica entro la quale i giovani entrano a contatto e che è destinata, se ben funzionante, a trasmettere loro il rispetto delle regole, delle leggi e  della Costituzione; e non solo a parole, ma soprattutto facendole concretamente rispettare. Non farlo significa ritrovarseli adulti immaturi e arroganti come i genitori che aggressivamente li difendono, eterni giovani Holden più giovanilistici dei loro stessi figli, a volte in dispregio di una categoria, quella dei docenti e magari dei dirigenti, visti come socialmente irrilevanti in quanto notoriamente sottopagati. Quello che ancora continua a indignarci (a differenza di quei genitori non ci rassegniamo, come la collega Baldriga, all'idea che la nostra Costituzione possa essere eternamente calpestata) è che i vertici del Miur non abbiano sentito il dovere d'intervenire con fermezza nella difesa della Preside, che è poi la difesa dei valori democratici e dello Stato di diritto. (VV) 

Da segnalare, fra i vari articoli che anche oggi si riferiscono ai fatti del Virgilio, il bell’intervento di Adolfo Scotto di Luzio sul “Corriere della Sera”: Se non si rispetta l’autorità, la scuola non può educare. Leggi.

martedì 5 aprile 2016

LA PROPOSTA DI TREELLLE SULL’EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA E L’IPOTESI DI ABOLIZIONE DEL VOTO DI CONDOTTA (Lettera aperta a “Tuttoscuola”)

Gentile dottor Vinciguerra,
gli ultimi due numeri di “TuttoscuolaFOCUS” trattano ampiamente di una proposta dell’Associazione TreeLLLe, che vorrebbe sperimentare in cento istituti superiori due ore settimanali di una nuova forma di educazione alla cittadinanza, basata non su lezioni teoriche, ma su “attività con contenuti interdisciplinari e modalità didattiche interattive. Esempi: giochi di ruolo, discussioni su spunti di cronaca, attività di volontariato, elaborazione di filmati, dossier, etc.”.
Nei paragrafi dedicati al problema c’è un importante riferimento ai sistemi educativi orientali, che danno  grande peso al comportamento, all’impegno, al rispetto dell’autorità, valori “che vengono addirittura prima delle conoscenze e competenze, a differenza di quanto accade nel mondo occidentale”. E hanno ragione loro, perché si tratta dell’indispensabile cornice in cui l’apprendimento raggiunge al meglio i suoi obbiettivi. Ma anche chi visita le scuole in molti paesi del nord Europa ha ottime possibilità di trovare un clima così tranquillo e operoso da sbalordire il visitatore italiano.
È semplicemente impensabile raggiungere mete analoghe a quelle indicate solo con la reintroduzione dell’educazione civica, sia pure nelle forme della didattica attiva (che personalmente ho spesso adottato da insegnante della materia alle medie, con indagini sul campo, raccolta di dati, discussioni guidate). L’educazione “alla cittadinanza” la si costruisce prima di tutto con l’educazione propriamente detta, quella che in prima battuta compete alle famiglie, purtroppo disorientate da teorie pedagogiche permissive che hanno fatto più danni della grandine. Si tratta di un costante allenamento al principio di realtà, che gradatamente fa acquisire le “competenze sociali e civiche” e che dovrebbe consegnare alla scuola dell’infanzia bambini già sostanzialmente educati, cosa che purtroppo raramente succede. Quanto poi alla scuola italiana e a chi la dovrebbe indirizzare, sono decenni che, in perfetta sintonia con quanto accade nella società, è in corso una vera e propria delegittimazione – anche a livello lessicale – della serietà, del rigore, del rispetto delle regole in nome di un “dialogo”, che spesso non è altro che abdicazione al proprio ruolo. E soprattutto vi perdura l’ostracismo per le sanzioni, di cui si nega in radice il valore educativo. Di conseguenza in molte scuole si può fare quasi tutto – dal disturbo continuo alla lezione agli insulti agli insegnanti, dalle occupazioni all’imbroglio nelle verifiche e agli esami – senza incorrere in un adeguato provvedimento disciplinare. E questo perché ancora si associa qualsiasi sanzione all’autoritarismo, mentre si tratta di garantire a tutti i ragazzi, compresi quelli che per tanti motivi hanno più difficoltà a comportarsi bene, la percezione del confine tra ciò che si può e ciò che non si può fare. È in questo senso che Massimo Recalcati parla di un “diritto a essere puniti”.
La conferma che quello “buonista” è ancora l’orientamento culturale prevalente nella riflessione sulla scuola viene proprio dal contributo che “Tuttoscuola” ritiene di offrire al dibattito aperto da TreeLLLe: “Offriamo una ipotesi alla discussione: la sostituzione del reperto storico del ‘voto di condotta’ con la valutazione collegiale (anche non numerica) del livello di global citizenship [!] progressivamente raggiunto dallo studente”. È davvero paradossale: in un testo tutto teso al recupero della “dimensione dei valori (norme morali, comportamento sociale, riconoscimento e rispetto dei ruoli ecc.)” il “reperto storico” che si vuole abolire (ma l’estensore si è trattenuto, stava per dire “archeologico”) è il più importante passo avanti degli ultimi anni (e quasi l’unico) verso una scuola più esigente nel rispetto delle regole. E si tratta, guarda caso, di una sanzione, perché con il cinque in condotta alla fine dell’anno non si può essere ammessi alla classe successiva. Un esito estremo, che però costituisce un deterrente proporzionato alla gravità di comportamenti effettivamente registrati anche di recente, come le occupazioni di scuole a lungo sequestrate da un’infima minoranza di studenti, con gravi danni erariali e al diritto allo studio. Non ci può essere scuola seria, né una società giusta senza la possibilità di punire chi viola gravemente o ripetutamente le regole della civile convivenza. Come lapidariamente scrive Leonardo da Vinci, “Chi non punisce il male, comanda che si faccia”.
Cordiali saluti,
Giorgio Ragazzini 
Per il Gruppo di Firenze

venerdì 11 marzo 2016

SCUOLA E DIBATTITO PUBBLICO NEL PAESE CHE NON SA DISCUTERE

Un paio di settimane fa il “Corriere della Sera” pubblicava un editoriale di Ernesto Galli Della Loggia, Un paese che non sa discutere. L’Italia, diceva, è caratterizzata da “un vasto brodo di cultura che, seppure involontariamente, nutre di continuo gli slogan più esasperati alimentando ogni giorno questa cieca irragionevolezza, questo pensare in bianco e nero”. Spiace constatare  che non di rado tutto questo vale anche per il dibattito sui problemi della scuola. Ci sono stati perfino casi in cui gruppetti di docenti hanno impedito di parlare a esponenti politici; episodi sporadici e minoritari, ma non sempre adeguatamente stigmatizzati dai sindacati più rappresentativi. Non  manca certo, anche su questo blog,  chi si esprime all’altezza del proprio ruolo anche nel motivare il più severo dissenso. Ma se si pensa che gli insegnanti dovrebbero dare esempio di pensiero critico ai loro allievi, c’è a volte da trasecolare. Peraltro temo che l’espressione “pensiero critico” (o in alternativa “spirito critico”) venga intesa da molti come sinonimo di “criticare” sempre e comunque, col che ogni bastian contrario diventerebbe per ciò stesso un modello da seguire. Ma pensare criticamente è, com’è ovvio, qualcosa che ha a che fare con la riflessione, la revisione delle proprie idee, le lezioni dell’esperienza, la considerazione di altri punti di vista. Comunque lo si voglia definire, non è certo un talento innato, ma una vera e propria conquista. Si nasce egocentrici e, a dispetto della migliore educazione e del più perseverante esercizio, un po’ lo si rimane per forza. Abbiamo tutti un gran bisogno di avere ragione, di non provare lo smacco di soccombere in quel gioco a somma zero che chiamiamo discussione. Se non ne siamo abbastanza consapevoli, sappiamo bene cosa può succedere: un “crescendo” emotivo che sfocia spesso nella caricatura di quello che l'altro ha veramente detto, nel sarcasmo e nell’insulto. Tutti poi sperimentiamo, in noi stessi e nei nostri interlocutori, la difficoltà di ascoltare sul serio. Tempo fa mi è capitato di prendere parte a una riunione in cui uno dei partecipanti tentava di rispondere a una critica. L’interlocutrice, però, non riusciva a starlo a sentire e continuava a interromperlo dopo le prime parole. Lui ha cercato più volte di andare avanti, anche alzando la voce, fino a che lei è sbottata: “È inutile, tanto lo so cosa vuoi dire!”. Eppure, saper ascoltare, aspettare il proprio turno, sorvegliare le proprie emozioni con un pizzico di distacco può farci ritrovare, per dirla ancora con Galli Della Loggia, “il gusto e il piacere per la discussione, per una discussione vera tra opinioni diverse che interloquiscono tra loro nel mutuo rispetto”. In questa direzione il mondo della scuola può dare un importante contributo di serietà e di rigore democratico, non solo nelle aule a contatto con le nuove generazioni, ma anche nel vivo del dibattito pubblico.
Giorgio Ragazzini

mercoledì 2 marzo 2016

LA DISPERSIONE SCOLASTICA: DI CHI LA COLPA?

Nei giorni scorsi “La Stampa” ha commentato i risultati del progetto “Fuoriclasse” contro la dispersione condotto da Save The Children in alcune scuole di sei città italiane, integrandoli con i dati di inchieste internazionali del 2010 e del 2011. L’articolo sposa senz’altro il luogo comune che vede nella scuola primaria un segmento di eccellenza e nella  media il “buco nero” o “anello debole” della scuola italiana. Tra l’altro il titolo in prima pagina, La grande fuga dalle medie, non rispecchia neppure il contenuto dell’articolo, che parla di una dispersione intorno al 15% nell’intero sistema scolastico, che si verifica quasi tutta dopo le medie. Detto questo, gli stessi grafici intitolati Divari sociali mostrano chiaramente che il declino dei punteggi nelle prove delle indagini parte almeno dalla quarta elementare, mentre lo stesso Invalsi ha smentito che ci sia un problema specifico della scuola media e ha ricordato che nella preadolescenza – sempre più anticipata – per tanti motivi può diminuire il desiderio di imparare, mentre crescono altri interessi tra cui l’importanza del gruppo. Questo non significa che il triennio delle medie non abbia bisogno di un ripensamento, anche nella sua capacità orientativa per la scelta della scuola superiore. Ma che la scuola primaria sia immune da carenze nell'assicurare un’adeguata preparazione in uscita non lo si può certo sostenere.

Ma non tutte le colpe della dispersione sono del primo ciclo, anzi. Abbiamo più volte ripetuto che  gli istituti tecnici e ancora di più i professionali, sempre più “licealizzati” dai primi anni novanta in poi, non sono tali da poter valorizzare le attitudini di tutti quelli che si rivolgono a loro. Né  possiamo ignorare le differenze sociali tra zone d’Italia e anche tra quartieri delle medesime città; e che le condizioni di povertà coinvolgono ora milioni di immigrati che spesso non possono neanche più contare su mestieri che gli italiani, per decenni, si sono abituati a non svolgere. Le periferie di molte nostre città, non solo del sud, sono talvolta abbandonate a sé stesse o dominate dalla malavita e solo la scuola offre spesso in quelle realtà un servizio sociale decisivo per la vita di molti bambini, anche dando loro la possibilità di fare un pranzo degno di questo nome e di restare fino alle cinque del pomeriggio in un ambiente protetto.
Fatto sta che non possiamo più permetterci di ignorare che moltissimi ragazzi arrivano alle superiori, dopo ben otto anni di scuola dell'obbligo, con una preparazione inadeguata che in molti casi non è neppure quella che un tempo si acquisiva con la terza elementare. E che una parte consistente delle matricole universitarie, come da tempo avvertono i docenti universitari, è priva di un adeguato bagaglio lessicale e di un compiuto controllo ortografico e sintattico della lingua italiana. Se vogliamo cominciare a ragionare seriamente sull’istruzione pubblica, dobbiamo abbandonare le retoriche modaiole, tra cui quella della personalizzazione come dogma di fede, e tornare a pensare la scuola anche dal punto di vista della collettività e non solo da quello del singolo allievo e dei suoi genitori. Questo significa in sintesi: una scuola più esigente nel verificare il sicuro possesso degli strumenti di base almeno alla fine del primo ciclo (scrivere correttamente, leggere e capire, “far di conto” come si diceva un tempo); più ferma nel chiedere la correttezza dei comportamenti, che non è solo doverosa in sé, ma influisce moltissimo sull’apprendimento; più determinata nel favorire la qualità media del corpo docente. Non c'è tempo davanti a noi, occorrono anni e anni per costruire  un futuro migliore del presente e portarci al livello dei più avanzati paesi europei, almeno nella diminuzione del tasso di dispersione; che è di dimensioni tali da chiederne conto a chi, con le chiacchiere e la demagogia, ha ridotto la nostra scuola a questo livello indecoroso. Giorgio Ragazzini e Valerio Vagnoli

venerdì 26 febbraio 2016

LA CAMPAGNA FONDAMENTALISTA CONTRO I COMPITI A CASA

Periodicamente torna alla ribalta la protesta contro i compiti a casa. Ma è l’ex preside Maurizio Parodi a tener vivo il problema, con una campagna che in quindici mesi è arrivata a diecimila adesioni (non così tante in relazione a una platea di parecchi milioni di persone), quasi tutti genitori. Solo duecento gli insegnanti su 780.000, secondo quanto  riferisce oggi “La Repubblica. Non stupisce questa solenne bocciatura da parte di chi è chiamato in causa. Non si tratta infatti di una critica circostanziata ai casi in cui gli alunni vengono sovraccaricati di esercizi e di pagine di manuale, ma della richiesta di una pura e semplice abolizione dei compiti nella scuola dell’obbligo: si salverebbero dunque solo gli ultimi tre anni delle superiori. E per di più colpisce la virulenza del linguaggio con cui vengono enumerate le motivazioni dell’iniziativa. I compiti sono inutili, perché sono destinate presto a svanire “le nozioni ingurgitate attraverso lo studio domestico per essere rigettate a comando” (sic!); “sono dannosi perché suscitano “odio e repulsione per la cultura”; sono discriminanti in quanto “avvantaggiano gli studenti avvantaggiati, quelli che hanno genitori premurosi e istruiti”; prevaricano il diritto al riposo e allo svago. Sono impropri, limitanti, stressanti, malsani… Come si possa solo pensare di rivolgersi utilmente ai docenti italiani trattandoli come una legione di aguzzini è difficile da spiegare. Ma anche se si potesse fare la tara a questa astiosa requisitoria, resterebbe il fatto che qui si propone di eliminare una delle basi della cultura occidentale: lo studio. Né si può pensare che dopo dieci anni di scuola in cui a casa non si è toccato un libro, né fatto un esercizio si arrivi al triennio delle superiori bell’e capaci di studiare. Così come non è possibile suonare uno strumento senza anni e anni di faticose e ripetitive esercitazioni, né praticare uno sport a un buon livello senza un duro lavoro per acquisire i fondamentali e tanto meno diventare un professionista in qualsiasi campo senza “ingurgitare” una gran quantità di conoscenze; e non per “rigettarle a comando”, ma per farne la materia prima della propria cultura.
La verità è che questo approccio fondamentalista a un problema che esiste, ma non è la regola, si collega a una diffusa concezione della scuola ideale, che si vorrebbe basata solo su attività divertenti e sul gioco, anziché soprattutto  sullo studio sistematico e rigoroso (in misura e modalità adatte alle diverse età); e che con motivazioni analoghe a quelle di questa petizione vorrebbe eliminare, dopo quasi tutti gli esami, le bocciature e i voti. Una concezione che già molti anni fa Lucio Lombardo Radice, che pure era sostenitore dell’innovazione didattica e in particolare delle concezioni attive, la criticava senza mezzi termini per così concludere: «Vogliamo sottolineare che un momento non eliminabile, per un solido sviluppo intellettuale in una direzione quale che sia, per l’acquisizione di un permanente patrimonio culturale comunque configurato, è lo studio-lavoro, la lettura-riflessione, lo sforzo di comprensione tenace, l’applicazione disciplinata, organica, paziente, la faticosa organizzazione della propria mente e del proprio sapere».
Giorgio Ragazzini
La petizione: http://chn.ge/1TEfhmc

mercoledì 17 febbraio 2016

UN DOCENTE SCRIVE A GALIMBERTI IN DIFESA DELL'ISTRUZIONE PROFESSIONALE

Non siamo proprio tifosi della legge 107 nel suo complesso, ma negare che sia un notevole passo avanti l'attenzione al rapporto tra scuola e lavoro sarebbe paradossale. Abbiamo dedicato decine di articoli su questo blog alla formazione professionale e preso numerose iniziative con lo scopo di valorizzarla; e lo ricorda anche il post precedente. Non si tratta certo di sminuire il valore della cultura “disinteressata”, cioè non tesa a un'immediata applicazione, ma di difendere il valore culturale del lavoro e della formazione al lavoro. Anche chi da ragazzo ha fatto esperienza dei famosi “lavoretti” estivi può senz'altro testimoniare quanto alla soddisfazione per i primi guadagni si aggiungesse la sensazione di una crescita sul piano umano. Va poi sottolineata ancora una volta la funzione motivazionale nei confronti delle materie “culturali” che per molti ragazzi rivestono le discipline professionalizzanti svolte con soddisfazione nei laboratori. Lo testimonia la lettera che pubblichiamo, indirizzata da un docente di lettere in un istituto professionale a Umberto Galimberti, filosofo, psicologo e collaboratore de “La Repubblica” e del suo supplemento “D – La Repubblica delle donne”. Il quale in questo caso dà l'impressione di trattare un problema che conosce in modo superficiale.

Egregio professor Galimberti,
leggo ogni settimana la sua pagina sul supplemento del sabato di Repubblica, trovandovi ogni volta occasioni stimolanti e originali per riflettere sulla nostra vita e sul nostro tempo. Sono rimasto perciò molto deluso dalla monoliticità della sua risposta al lettore Giuseppe Cappello (sabato 13 febbraio) in merito all'alternanza scuola-lavoro.
Come non essere d'accordo sul fatto che la scuola abbia il compito primario di formare lo spessore culturale e il senso critico degli studenti? Ma perché vedere una contraddizione fra l'obbiettivo di preparare al lavoro e quello di formare l'uomo con l'attenzione rivolta alla sua intelligenza? Non è intelligenza anche quella rivolta al fare? Lo sviluppo del senso critico non passa anche attraverso la formazione accurata a una professione, purché vissuta con intelligenza e passione, con la consapevolezza delle sue implicazioni etiche e sociali, comprendendo che lavorare bene è un modo per far star bene gli altri, anzi per star bene con gli altri, che forse è il senso ultimo della vita sociale?
Entro nel merito in base alla mia esperienza personale. Insegno da dieci anni, con entusiasmo e passione, poco scalfiti dalla scarsa considerazione sociale della professione di insegnante, Italiano e Storia in un istituto alberghiero di Firenze. Molti miei colleghi penserebbero al mio come a un ruolo di serie B, in una scuola poco interessata alle discipline umanistiche e rivolta a ragazzi “non portati per lo studio” (lo metto fra virgolette perché è la dizione ancora usata in sciagurati documenti di orientamento da insegnanti delle medie). Le assicuro che non è affatto così. È chiaro che ogni anno faccio un numero minore di canti della Commedia rispetto ai miei colleghi del liceo, che salto autori (Tasso e Carducci, per esempio) che in altri tipi di scuole si considera necessario studiare. Però accompagno, con la specificità delle mie conoscenze e, soprattutto, con amore per il sapere umanistico, percorsi di crescita personale, professionale e sociale di ragazzi talvolta appassionati, talvolta distratti, che magari hanno ricevuto più che altro bastonate da famiglia e scuola, ma che trovano nella passione per le professioni di cuoco o di maître un senso per la loro vita e la base della “capacità di avvertire, anche senza mediazioni intellettuali, la differenza tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto” (cito lei). Per tutti è così? Certo che no. Alcuni li perdiamo per strada, altri li troviamo incerti e così li lasciamo, ma mi creda, non licenziamo servi pronti solo a ubbidire e a subire il dominio del mondo della tecnica. O vogliamo pensare, con nostalgia gentiliana fuori tempo, che la scuola possa formare cittadini consapevoli solo nel liceo classico, quindi rivolgendosi inevitabilmente a una ristretta élite?
Mio figlio ha fatto anni fa il liceo classico. Oggi cercherei di scoraggiarlo: ha studiato latino e greco, nonché filosofia, materie che non studiano specificatamente i miei studenti, anche se la filosofia entra, inevitabilmente, nelle mie lezioni. Ebbene, almeno dalle prime due, non ha ricavato affatto solidità culturale e senso critico, ma le ha vissute come un necessario pedaggio per il percorso di studi da lui scelto, senza nemmeno avvicinarsi al loro impiego per l'apprezzamento diretto e profondo dei classici. Basti dire che la sua insegnante di greco e latino si trovò un 24 aprile di molti anni fa a dare compiti per il giorno dopo, cadendo dal pero quando gli studenti le fecero notare che sarebbe stato festa.
Potrei continuare a lungo, ma non voglio rubarle altro tempo. Ci tenevo però a rappresentarle le considerazioni in me suscitate dal suo articolo, dato che la considero uno degli intellettuali italiani più stimolanti e liberi in circolazione.
Se non oso troppo, mi lasci dire che sarebbe un piacere continuare la discussione. Perché non nella mia scuola dove toccherebbe con mano (e sarebbe un onore farle assaggiare a tavola) quello che ho maldestramente cercato di spiegare?
Con profonda stima e molti ringraziamenti per l'attenzione.
Andrea Burzi